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Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 040902
Il Cubismo a Ferrara
"... tutto cambiò, non avete idea di quanto cambiò !", raccontava Georges Braque parlando di quel movimento di cui lui e Picasso erano stati i veri genitori negli anni dal 1907 fino alla vigilia di quella guerra che avrebbe diversamente infiammato e sconvolto l'Europa. Il Cubismo fu davvero uno stravolgimento rivolto sia al passato che al futuro: col Cubismo infatti si cominciò a rivedere con occhi e occhiali diversi tutta la storia dell'arte; come tutta l'arte seguente via via fino ai nostri giorni dal Cubismo è stata profondamente influenzata e condizionata. Ferrara dedica dunque (fino al 9 gennaio 2005) una delle sue mostre più impegnative, curata da Marilyn McCully, al movimento cubista: tra Rivoluzione e tradizione, come recita il titolo, la storia è documentata attraverso le opere di tutti i protagonisti e non solo dei due leader. Braque e Picasso sono qui in compagnia degli altri membri della famiglia cubista allargata, Léger e Gris, ma anche Derain, Gleizes, Laurens, Lipchitz, Marcoussis, Metzinger, Mondrian, Rivera e i nostri Severini e Soffici. Di un movimento così importante, le mostre in realtà non sono state tante e frequenti. Ricordiamo sulle origini del Cubismo, cioè sui due maggiori protagonisti, la mostra molto importante di William Rubin al Moma di New York alla fine del 1989, passata la primavera successiva al Kunstmuseum di Basilea e, in Italia, la mostra alla Galleria Nazionale di Valle Giulia a Roma, che durò solo cinque settimane, a cavallo delle feste di fine anno del '73: di questa mostra ci sembra opportuno proporre il prologo dell'indimenticata direttrice Palma Bucarelli, senza titolo così come pubblicato in apertura del catalogo De Luca. (L.S.)
PALMA
BUCARELLI nel 1973 E'
giusto parlare di rivoluzione per il Cubismo, come è giusto parlare di
rivoluzione per l'arte fiorentina che, al principio del Quattrocento,
dichiarò chiuso il sistema figurativo del Gotico cavalleresco e feudale.
Ma le rivoluzioni sono atti razionali, fermamente voluti e decisi: come
l'arte fiorentina del primo Quattrocento, così il Cubismo è un richiamo
alla ragione quale principio base di tutte le attività umane, artistiche
e non artistiche. Perciò le opere del primo Cubismo ci appaiono oggi non
meno rivoluzionarie che classiche, e tra i due termini non c'è, in questo
caso, alcuna contraddizione. Il Cubismo è classico non solo per l'alta
qualità delle opere, ma anche perché si fonda su una concreta concezione
del mondo e della storia. Naturalmente questa concezione non è la stessa
di cinque secoli prima, come avrebbe potuto esserlo? Ma è la stessa
l'esigenza fondamentale di porre l'arte come attività della mente
pensante. E' ovvio che se l'arte ha un fondamento razionale, la sua
morfologia è uguale per tutti: scompaiono così le tradizioni o le
consuetudini nazionali, le scuole. Ma il Cubismo ha diffuso una
morfologia, non uno stile: uno " stile cubista " sarebbe una
contraddizione di termini e, sul piano dei fatti, una sorta di Kitsch, non
migliore del Biedermeyer o del Floreale. Non è assolutamente vero che il
Cubismo sia una specie d'interlingua o di esperanto: un'utopia o una
convenzione paralinguistica per intendersi fra gente che parla linguaggi
diversi. Il Cubismo non è stato nulla di tutto questo; ma è stato,
nell'arte, la prima seria ricerca strutturalistica, e se certamente è
importante la sua coincidenza cronologica con il relativismo di Einstein,
molto più significativa è la sua relazione, non ancora abbastanza
studiata, con lo strutturalismo linguistico. L'analisi del rapporto
strutturalismo-avanguardia porterebbe anche a risolvere una volta per
sempre il problema del rapporto tra Cubismo e avanguardia, a cominciare
dal futurismo italiano: un problema che viene generalmente impostato in
modo sbagliato, in termini di priorità e originalità. Anche in Italia se
ne è discusso, in altri tempi, come se fosse in gioco il prestigio
intellettuale o addirittura l'onore del paese; e invece è ben certo che i
Futuristi non imitarono i Cubisti, ma furono tra i primi a capirli. Anzi,
proprio perché capirono non imitarono, proprio perché capirono assunsero
un atteggiamento critico, contribuendo ad istituire quella crìtica
interna (basti pensare a Delaunay e a Duchamp) che il Cubismo, come ogni
vivo movimento intellettuale, generava dalle proprie stesse premesse.
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