|
Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 010105
La politica della cultura senza bussola Lo stato dell’arte a Bologna
Il Museo Morandi attende gli eventi, dopo le dimissioni della responsabile Marilena Pasquali che ha scritto al sindaco le sue dimissioni dall’amministrazione comunale; alla Galleria si è chiusa la retrospettiva dedicata a Sergio Romiti, curata da Nino Castagnoli, poco frequentata là in quel contenitore un po’ improprio, ma molto ben accolta e segnalata dalla stampa; è ora arrivata “La natura della natura morta”, prima vera mostra (da vedere) del direttore Peter Weiermair, molto proiettato nel frattempo sulla fotografia. L’autunno ha portato una nuova tornata di polemiche sulla collocazione della Gam (l’acronimo sta precisamente per Galleria comunale d’arte moderna) e questa volta sono usciti anche rumori tendenti - o contrari - allo spostamento del Museo Morandi, per “accorparlo” anche fisicamente alla Gam, visto che le dimissioni e tutto il relativo contorno ruotano intorno al dilemma: il Morandi deve diventare autonomo, con una sua direzione ecc., oppure deve rimanere una sezione funzionale della Gam ? Sul punto si sono ripresentati gli schieramenti del passato, con l’aggiunta del nuovo direttore Weiermair deciso a tenere il Museo in seno alla Galleria, forse favorevole o solo disponibile al suo spostamento in futuro nell’ambito del distretto culturale dell’ex Manifattura Tabacchi, dove già si trovano la Cumunicazione e alcuni laboratori universitari del Dams e la Cineteca comunale con la sua Biblioteca, in attesa dell’arrivo, confermato senza entusiasmo, della nuova sede Gam, finalmente intra moenia. Vale
la pena di riassumere brevemente la storia del Museo Morandi. Nato
nel ’91 dalla donazione della sorella Maria Teresa, fu innestato
sull’allora Archivio-centro studi, sezione - per così dire - della
Galleria d’arte moderna G. Morandi, com’era in quel tempo intitolata;
del patrimonio morandiano allora presente, una parte numericamente
cospicua di oli derivava dall’acquisto della collezione Ingrao,
giudicato discutibile sotto vari punti di vista, quando fu deciso durante
una campagna elettorale amministrativa dall’assessore alla cultura
Sandra Soster. La donazione
della sorella dell’artista - la quale confermò poi nel ’93 anche a
chi scrive che l’unica condizione da lei posta era stata quella
temporale, dell’apertura del Museo entro 24 mesi - fu un vero blitz del
sindaco Imbeni e della Pasquali, dal quale furono esclusi l’assessore
Sinisi ed il direttore Castagnoli, come fu una sorpresa discussa la
decisione di collocarlo in Palazzo d’Accursio. Anche
la storia dello studio dell’artista, lasciato integro anche dopo che le
sorelle avevano abbandonato l’appartamento di via Fondazza, merita di
essere brevemente ripercorsa: entrato nel “pacchetto” dell’atto
notarile del ‘91, la sorella vi indicò Carlo Zucchini quale
“verificatore” dell’adempimento degli oneri derivanti dalla
donazione, con la responsabilità esplicita di seguire la “ fedele
ricostruzione” dello studio trasferito nel Museo: qualifica che Zucchini
dovrebbe avere automaticamente perduta, visto che nello studio ricostruito
si entra dalla finestra... L’appartamento
di via Fondazza fu poi pazientemente offerto al Comune (giunte Vitali) a
prezzo ragionevole, quindi venduto a terzi, che vi iniziarono lavori di
ampia ristrutturazione, interrotta soltanto dall’intimazione del
soprintendente per i beni ambientali ed architettonici Garzillo, che pose
il vincolo; finalmente acquisito – dunque si potrebbe dire obtorto
collo - dal Comune, è attualmente in attesa di una destinazione
certa, intorno alla quale com’è tradizione non mancano nel 2001 nuove
discussioni. L’autonomia
del Museo dalla Gam è oggetto di attenzioni anche in ambito nazionale e
non da oggi: che un’istituzione d’arte moderna viva e funzionante non
possa contare sul suo più importante e scambiabile patrimonio, appare a
tutte le persone più avvedute e ragionevoli un’assurdità; senza dire
poi degli addetti ai lavori più stimati, anche stranieri, che portano un
esempio ormai “storico”: a Berna il museo d’arte ha come sua sezione
la Fondazione Klee, grande istituzione che ha sempre funzionato
egregiamente e che si appresta tra l’altro ad avere tra breve una nuova
sede, dovuta al progetto di Renzo Piano. Piuttosto anche per il Morandi si
potrebbe pensare seriamente ad una Fondazione mista, cioè con più
soggetti pubblici e forse privati, come oggi è possibile e da qualcuno
auspicato: potrebbe, sempre
nell’ambito Gam, avere maggiori possibilità di iniziative, tra le
quali, per esempio, la vendita-scambio di alcune tele non rilevanti e
“doppie”, con altre di periodi e soggetti che mancano... Sulla
gestione di questi quasi otto anni e su alcuni aspetti collaterali come il
Cocom, comitato che controlla l’autenticità delle opere
morandiane non catalogate, forse sarebbe bene aprire un capitolo a parte e
con urgenza. Intorno
alla Gam ed al Museo sono poi riemerse le diatribe sul numero dei
visitatori, in relazione alla collocazione: la coperta davvero striminzita
è tirata da tutte le parti, coprendo di volta in volta solo un angolino
dell’operato e della posizione di questo o di quello.
Non stupisce che ciascuno tiri l’acqua al suo mulino, come fanno
abitualmente esponenti vari della cultura, delle amministrazioni locali e
della politica. Bisogna però dire a chiare lettere una cosa: il fuoco
fatuo di un evento mondano, sia esso un’inaugurazione o una festa di
compleanno, pur benvenuto, non può esser gabellato per un cambiamento di
tendenza in aumento dei visitatori della Galleria in quella sede, visto
che un indice come la biglietteria langue fino all’inutilità totale: è
triste, ma bisogna prenderne atto e percorrere con umiltà tutte le vie
possibili, una delle quali è l’entrata della Gam dentro le mura, da cui
ripartire con considerazioni e progetti nuovi, come
il cambiamento dello statuto dell’Istituzione. Beninteso il
problema è ben più ampio ed attiene in generale la considerazione che la
classe politica ad ogni livello vuole avere per la cultura. Per
fare un esempio: l’Assessorato comunale alla cultura perde da qualche
tempo pezzi di programmi, di boudget e di addetti, è ridotto ormai al
lumicino: sembra considerare disgraziatamente e maggiormente la cultura
come costo improduttivo, di fatto mal sopportato e dunque ridimensionato
per primo in ogni occasione. Mala tempora currunt, ma non c’è altro, il futuro promette soltanto e ancora il peggio.
Arrigo
Quattrini
|